I padroni della fuffa
Non è la prima volta che il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, indossa le vesti di “pasionaria” nel dibattito sulla politica economica italiana. Pasionaria, ma inconcludente. Due giorni fa, infatti, il leader degli industriali ha attaccato i sindacati allo stesso tempo in maniera un po’ virulenta e un po’ astratta, salvo poi – 24 ore dopo – ritrattare sull’unico argomento sul quale al patronato si chiederebbe polso fermo: “Non vogliamo l’abolizione dell’articolo 18”, ha precisato infatti.
10 AGO 20

Non è la prima volta che il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, indossa le vesti di “pasionaria” nel dibattito sulla politica economica italiana. Pasionaria, ma inconcludente. Due giorni fa, infatti, il leader degli industriali ha attaccato i sindacati allo stesso tempo in maniera un po’ virulenta e un po’ astratta, salvo poi – 24 ore dopo – ritrattare sull’unico argomento sul quale al patronato si chiederebbe polso fermo: “Non vogliamo l’abolizione dell’articolo 18”, ha precisato infatti. Pasionaria sì, dunque, però guai a toccare certi tabù che restano in piedi dagli anni Settanta a ingessare un mercato del lavoro mai così inefficiente per imprese e lavoratori e mai così ingiusto per giovani outsider e over 50. D’altronde era già successo alla fine dello scorso anno, quando il governo Berlusconi offrì a imprenditori e sindacati un piccolo ma robusto utensile legislativo con il quale le parti sociali avrebbero potuto plasmare con libertà le loro relazioni sul posto di lavoro.
Si chiamava “articolo 8” e, subito dopo la sua approvazione, Marcegaglia non esitò un attimo a farsi fotografare sorridente mentre stringeva la mano del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, annunciando insieme con il sindacato che mai e poi mai avrebbe fatto ricorso a quello strumento di flessibilità. Salvo poi, a settimane alterne, polemizzare con il governo invocando la crescita. Che a dire il vero, la Confindustria di Marcegaglia le sue cosine liberali le ha spesso dette, ma con una fatuità tale da renderle poco credibili. D’altronde il giudizio definitivo su questa presidenza di Viale dell’Astronomia non siamo noi a darlo, ma il tanto biasimato “mercato”: c’è infatti un pezzo non piccolo di industria italiana, una certa impresa chiamata Fiat e guidata da un ad che si muove ormai tra Torino e Detroit, che promette di rientrare nell’Associazione degli industriali soltanto se la gestione Marcegaglia diverrà poco più che un brutto ricordo. Non male come epitaffio sul quinquennio.
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha giustamente tratto le conseguenze di tutto ciò, e infatti ieri, parlando della riforma del mercato del lavoro, ha detto: “Se il consenso delle parti sociali arriverà su una riforma non buona per il governo, allora il governo si assumerà la responsabilità di andare avanti. I partiti politici e il Parlamento si assumeranno la responsabilità di dire se appoggeranno o no il governo”. Così, i padroni del vapore, tentati dalla politica e dai ghirigori del Palazzo, a forza di scendere a compromessi con l’ala più conservatrice del sindacalismo sono diventati padroni della fuffa, di cui l’esecutivo può fare tranquillamente a meno. Per questo, il problema di una Confindustria marginalizzata in quanto associazione di interessi sarà in cima all’agenda del successore di Marcegaglia, chiunque esso sia.
Si chiamava “articolo 8” e, subito dopo la sua approvazione, Marcegaglia non esitò un attimo a farsi fotografare sorridente mentre stringeva la mano del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, annunciando insieme con il sindacato che mai e poi mai avrebbe fatto ricorso a quello strumento di flessibilità. Salvo poi, a settimane alterne, polemizzare con il governo invocando la crescita. Che a dire il vero, la Confindustria di Marcegaglia le sue cosine liberali le ha spesso dette, ma con una fatuità tale da renderle poco credibili. D’altronde il giudizio definitivo su questa presidenza di Viale dell’Astronomia non siamo noi a darlo, ma il tanto biasimato “mercato”: c’è infatti un pezzo non piccolo di industria italiana, una certa impresa chiamata Fiat e guidata da un ad che si muove ormai tra Torino e Detroit, che promette di rientrare nell’Associazione degli industriali soltanto se la gestione Marcegaglia diverrà poco più che un brutto ricordo. Non male come epitaffio sul quinquennio.
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha giustamente tratto le conseguenze di tutto ciò, e infatti ieri, parlando della riforma del mercato del lavoro, ha detto: “Se il consenso delle parti sociali arriverà su una riforma non buona per il governo, allora il governo si assumerà la responsabilità di andare avanti. I partiti politici e il Parlamento si assumeranno la responsabilità di dire se appoggeranno o no il governo”. Così, i padroni del vapore, tentati dalla politica e dai ghirigori del Palazzo, a forza di scendere a compromessi con l’ala più conservatrice del sindacalismo sono diventati padroni della fuffa, di cui l’esecutivo può fare tranquillamente a meno. Per questo, il problema di una Confindustria marginalizzata in quanto associazione di interessi sarà in cima all’agenda del successore di Marcegaglia, chiunque esso sia.